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....informazioni e testimonianze dalla piccola baraccopoli nella periferia di Nairobi

SOWETO

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Age:
10
Location:
Kahawa West Parish
P.O. Box 65588
Kamiti 00607
Nairobi Kenya

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February 28

poco a poco.."poco" diventa di più

Si sente spesso parlare dell’Africa….dei suoi problemi, del suo degrado della sua povertà; tutte cose che ormai sono diventate quasi un luogo comune portando molte persone alla rassegnazione.
Quando questi pensieri iniziarono a frullarmi nella testa sempre più insistentemente, decisi di partecipare ai corsi organizzati dall’ associazione fanese ONLUS “L’Africa Chiama”.
Un corso che si è rivelato molto utile poiché mostra per quanto è consentito la VERA realtà dell’Africa; una realtà senza veli con aspetti positivi e negativi, un realtà ben diversa rispetto a quella che ci vieni presentata dai media….i quali i più delle volte ci mostrano solo i ricchi villaggi turistici e gli affascinanti safari in mezzo alla savana.
Con questo  spirito di ricerca, di conoscenza e di voglia di migliorarmi il 19 luglio mi imbarcai in un aereo che mi portò a Nairobi nello “slum” di SOWETO.
Non ci misi molto tempo a conoscere la vera realtà dell’Africa…appena sceso dall’aereo la prima cosa che mi saltò all’occhio erano le “masse” di bambini che mano nella mano facendosi spazio tra i buoi (erano circa le cinque del mattino) camminava per raggiungere la loro scuola…bambini di 4-5 anni con i loro fratellini che camminavano soli anche per 20 km al giorno per raggiungere la loro scuola; una scuola che si presenta molto differente dalla nostra (il più delle volte nella scuola non ci sono abbastanza banchi e quaderni per tutti )…
Ospite a Baba Yetu, una serie di baracche dedicate solo ai volontari delle due associazioni (“Comunità Papa Giovanni XXIII” e “L’Africa Chiama”), ho trascorso le mie giornate a costruire una casa che in futuro servirà ad ospitare i ragazzi di strada…
Devo ammettere che il mio aiuto materiale, al fine della costruzione della casa non è stato proprio incisivo; in un mese non si può pretendere di costruire un casa…ma il mio aiuto ai bambini …anche semplicemente giocando insieme a loro è stato senza dubbio indispensabile…
Giocare con i bambini ridere e confrontarsi con loro è stato senza dubbio l’aiuto più importante e sicuramente più efficace che un volontario che vive questa esperienza per un mese può dare..
Vedere i bambini  ridere e giocare felici è un emozione bellissima che ti fa capire molte cose soprattutto quando distogli gli occhi dai quei bambini felici e gli alzi rendendoti conto in che realtà vivono…Una realtà fatta di baracche, malattie, e fogne a cielo aperto…purtroppo la vera realtà dell’Africa.
Proprio la loro felicità ci fa capire che non bisogna arrendersi e che bisogna cercare una soluzione per migliorare nettamente la loro esistenza…infatti mentre noi volontari abbiamo scelto di condividere la povertà con loro..il popolo africano è costretto a vivere questa povertà …una costrizione che molto probabilmente viene in modo indiretto anche da noi occidentali.

                Alessandro (volontario a Soweto Agosto '07)

February 25

Baba Yetu

 

Qualcuno l'ha definito un porto di mare,

qualcun'altro un dispensario di speranze.

Senza dubbio è un punto di riferimento per le persone

di Soweto che non mancano mai di essere presenti,

di chiedere, a volte anche di pretendere.

D'altronde l'hanno visto crescere dall'interno,

l'hanno accompagnato nel modificarsi ed evolversi.

Con il passare degli anni ha preso sempre più forma

ed ora muove i suoi passi da solo.

"Baba Yetu" che in lingua Swahili significa "Padre Nostro"

è il nome della casa-missione nella quale vivo

insieme ad altri volontari che hanno scelto di

trascorrere qui un'esperienza più o meno lunga.

Le mura di fango e legno sostengono le pareti

dove manca la lamiera arrugginita.

Questo scheletro fragile racchiude un tesoro prezioso...

le storie di molte persone.

Infatti prima ancora che il sole sorga, Soweto è gia sveglia.

E prima che la maggior parte di noi

si alzi dal letto c'è già una fila di donne fuori

dalla porta in attesa di un lavoro.

Lavorare in "Baba Yetu" significa ricevere un salario buono,

non avere ritmi stressanti, ma soprattutto

fare qualcosa per gli amici della missione.

Così c'è sempre una calca di persone che

sperano di essere scelte da Macharia,

un signore che ci aiuta.

A rotazione si cerca di dare un po' di lavoro a tutti

senza preferire uno o l'altro.

E dal momento in cui vengono scelti alcuni

 di loro comincia il via-vai che terminerà la sera.

Da una parte è un dono poter incontrare

così tante persone, dall'altra ti accorgi che

il peso che portano, delle volte è grande

e ti scende un po' di tristezza.

A Baba Yetu la mattina è in prevalenza il turno dei malati.

Mamme giovani e premurose,

portando i loro piccoli sulla schiena,

chiedono di poter essere viste da un dottore

o di poter andare in qualche ospedale per un controllo.

Questi pargoletti moccolosi a volte si spaventano

alla vista di un bianco e piangendo danno voce alla casa.

Le madri cercano di calmarli con più o meno

successo, mentre noi scegliamo le medicine

o il provvedimento migliore per aiutarle.

Nel frattempo entra dalla porta, sempre aperta,

il vecchietto dal nome impronunciabile

che ti vende le banane.

Ti viene in mente che ne hai già a sufficienza

e ti dispiace dirgli di no.

Così, magari, opti per comprargliene la metà

 anziché tutte, e non sai come farglielo capire

perché non conosce una parola di inglese.

Sai che per lui un "no", significherebbe quasi un'offesa

più che un rifiuto e allora con un sorriso

gli spieghi come stanno le cose.

E nel frattempo, come un vero porto di mare,

la signora del pesce (Mama Samaki) ti porta 3 kg

di questo come da accordi e dietro di lei

si intrufola il solito ubriacone di turno,

creando un po' di proteste e scompiglio

tra le persone presenti. Così, mentre prendi il pesce

e lo porti in cucina ti si mette davanti Bernard,

il bimbo di una cuoca, che tendendoti la mano

ti mostra un tappo di bottiglia. In quel momento

diventa lui la persona più importante della casa

e non puoi rifiutargli una carezza. Metti una mano

in tasca e tiri fuori una caramella che

diventa subito molto più importante del tappo

trovato in qualche angolo oscuro della cucina.

La mamma del bimbo moccoloso reclama anche lei

una "sweet" per il suo pargoletto, che

sarà pur malato ma la forza per ciucciare

una caramella ce l'ha sempre. Ti giri e scopri che

l'ubriaco si è comodamente seduto sul divano e

con aria soddisfatta si guarda intorno cercando

invano di attaccare bottone con qualcuno a caso.

Uno dopo l'altro si cerca di dare una risposta a tutti.

Tra i vari incontri ce n'è uno che mi smuove il cuore ogni volta.

Ed è quello con la piccola Waithera,

che con i suoi occhioni grandi e un sorriso gigante,

le mancano i 4 denti incisivi, mi chiede "Gianpi, give me baloon".

E a lei so che non posso dirle di no,

perché mi ci sono affezionato tanto,

e anche perchè ora ha imparato a chiedermi "please".
E così tra tanti incontri si strappano sorrisi e

qualche lacrima a coloro che passano a bussare

alla porta di "Baba Yetu".

Provare a mettersi a servizio non significa perderci,

 in questo caso si vince sempre.

Si vince uno sguardo, un sorriso, che valgono

molto di più di una lotteria.

E nella lotteria di Baba Yetu i premi sono le emozioni

che ogni giorno ti riempiono il cuore di gioia

 attraverso coloro che bussano alla porta.    


               Gianpaolo

(casco bianco 06/07, attualmente volontario a Soweto)